L’annacata di Grasso
Osservate il filmato datato 16 marzo 2013. Pietro Grasso – già procuratore nazionale Antimafia, eroe civile di per sé, oggi “metodo” – è stato appena eletto presidente del Senato. Studiate la scena, ecco: la conta quasi sembra languire ma l’esito, 137 voti contro i 117 di Renato Schifani (il candidato della destra), è salutato dall’eletto con un sorriso mesto e muto di riconoscenza. E come per non turbarne il moto d’emozioni, i colleghi, al pari di suore assistenti – osservate, studiate attentamente – non sanno come disturbarlo l’illustre Grasso per accompagnarlo infine su quello scranno che finalmente, dopo una campagna elettorale, lo vede riconsegnato alle istituzioni.
21 AGO 20

Osservate il filmato datato 16 marzo 2013. Pietro Grasso – già procuratore nazionale Antimafia, eroe civile di per sé, oggi “metodo” – è stato appena eletto presidente del Senato. Studiate la scena, ecco: la conta quasi sembra languire ma l’esito, 137 voti contro i 117 di Renato Schifani (il candidato della destra), è salutato dall’eletto con un sorriso mesto e muto di riconoscenza.
E come per non turbarne il moto d’emozioni, i colleghi, al pari di suore assistenti – osservate, studiate attentamente – non sanno come disturbarlo l’illustre Grasso per accompagnarlo infine su quello scranno che finalmente, dopo una campagna elettorale, lo vede riconsegnato alle istituzioni. E’ dunque la seconda carica dello stato della XVII Legislatura, e lui è già un “metodo”.
Osservate ancora, godete anche voi degli applausi vivi e prolungati che l’assemblea gli tributa. Complimentatevi della cavalleresca stretta di mano offerta dallo sconfitto e dell’abbraccio che l’appena succedente porge al già succeduto.
Rischiate pure di cedere alle adulazioni pacchiane, adulate pure e ripetete, come in una cronaca da telegiornale, “il momento è sto-ri-co”, perché tutto è nel “metodo”. E questi frammenti che rivelano ogni intimità profonda dell’uomo (la sua calza paonazza perfino), questi istanti dedicati tutti a un campione d’arcitalianità – che, per dirla con Marco Travaglio, “ancora prima che magistrato è un italiano” – trovano il greto asciutto nella palude della politica dove allocare il culmine della carriera solo per tramite di “metodo”.
Ascoltate, appena ieri: “Quando sento il mio nome mi turo le orecchie perché non è nella mia natura proiettarmi su altre cose. Mi dedico a quello che faccio con entusiasmo”. Appena ieri, appunto. Cose così le diceva quando gli mettevano davanti l’ipotesi di diventare governatore di Sicilia a Palazzo d’Orleans. Cosa che schifiò per sua fortuna. Dove maggiore c’è, minore cessa. E anche questo è metodo.
Grasso è riuscito laddove Antonio Ingroia, il suo molesto doppio, ha fallito. Di questo ne parleremo tra poco. La loro rivalità fa gran schiuma tra tutta la ributtante “società civile” che dei due ne fa al contempo culto e strame, ora ci arriviamo e ci diffonderemo ma il metodo che qui ci preme – “Il metodo Grasso”, s’intende – è presto detto: è “annacamento”.
Annacamento dunque, ovvero “il dondolare”. Perdonate l’esotismo, altro concetto non si trova nella lingua corrente a voi familiare ma siccome è entrato in scena il bravissimo pretore di Barrafranca che Grasso fu (sede del suo primo incarico, ridente cittadina dell’entroterra che quanto a istinti arcani può ben definirsi la Lourdes della Mafia) il termine fa d’uopo e per annacamento l’ermeneutica rustica a noi cara così decreta: è quell’ottenere il massimo movimento dal minimo spostamento.
E’ il metodo di chi più si smuove per meno danni fare, meno inconvenienti a se stesso. E’ tutto un tenersi nell’accortezza del passo sul terreno più scivoloso. Grasso, che è un signore dalla faccia ben rasata, ha avuto – a differenza del suo doppio, ispido come un ficodindia – l’eleganza di dimettersi dalla magistratura per candidarsi con il partito di Pier Luigi Bersani. Lo ha fatto avendo ancora un bel po’ di anni da fare, non dunque sul limitare della pensione ma un giudice che entra in politica – e sarà pure un diritto fondamentale – in un’idea alta della magistratura è un tradimento di quella stessa idea, così elevata.
Un annacamento finito bene però se si pensa che Grasso, nella peggiore delle ipotesi, voleva fare il senatore a Roma affidandosi al professionismo politico di un partito, il Pd, mentre l’altro, Ingroia, nel fai-da-te della Rivoluzione civile pensava di distruggere il male una volta arrivato a Montecitorio – quello stesso male mai arrestato nei suoi giorni da pm – senza annacarsi mai ma, al contrario, rovinando la propria sanguigna ambizione di sciroccato indolente in una meta di mezza molatura: fare l’esattore in Sicilia nel frattempo che l’altro, nella migliore delle ipotesi, tra qualche giorno potrà ritrovarsi al Quirinale.
E il capolavoro messo in atto da Grasso – a maggior ragione in queste ore, petalo di cotanta rosa qual è, quirinabile, premierabile, per ogni pronto accomodo incaricabile al punto di essere stato immediatamente battezzato dal manifesto, il “M’Incarico” – è questo suo essersi da sempre “annacato” tra gli agguati dell’Italia avvelenata.
Grasso dunque, per ogni Nobel dell’antimafia da comminare senza dubbio a Silvio Berlusconi, riconoscendogli i meriti del suo governo nella lotta alla criminalità, per poi far fronte al clima della piazza che reclamava la messa ai ceppi del Cav. era poi pronto – pur di non essere esplicito secondo modulo assatanato degli ingroiani – a evocare l’Entità e fare così l’annacata di assestamento. Certo, come faceva Tommaso Buscetta che per non dire esplicitamente il nome di Giulio Andreotti diceva “Entità” avvalorando il linguaggio di allusione, insinuazione e illazione, tutta materia – ahinoi – indimostrabile ma uno, “l’immiruteddu comunista” (così Paolo Borsellino e Pippo Tricoli chiamavano il giovanissimo magistrato scherzando con Tullio Testa, il futuro suocero di Ingroia, attardandosi sotto la federazione del Msi a Palermo), è il chiodato e l’altro – l’uomo chiamato “metodo” – è il felpato e va da sé che la rivalità vera Grasso non ce l’ha infine con questo suo doppio sdoppiatosi tra tragedia e comicità.
Non c’è nulla di più avvilente, ahinoi, del richiamarsi a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dei professionisti dell’antimafia oggi giunti allo stadio ulteriore: essere carrieristi dell’antimafia e l’abuso sui martiri, a opera di Ingroia, sta diventando profanazione.
Ingroia, poverino, sarà ricordato come il Null’Aosta (copyright by @alemorli, Alessandro Morli). Non a caso un comico, Maurizio Crozza, ne ha fatto maschera e metafora del nulla frullato.
Grasso, al contrario, ha l’esito scritto nella sua stessa antropologia. E’ equilibrato, sa tacere, fa la sua carriera. La continuerà.
Grasso, straordinario professionista, non frequenta il distinguo, quindi non prende posizione. Così come non aiutava i suoi magistrati più facinorosi ma neppure li smentiva, ieri come oggi, Grasso annaca la sua capacità di dire e non dire.
Tendenzialmente dice vacuità, si mantiene sempre dentro concetti basici e ha già consegnato le sue ambizioni politiche al fonte battesimale della sinistra. E’ un vero “terzista” se perfino nei suoi libri, si consegna annacandosi un po’ qua e un po’ là firmando a quattro mani una volta con un autorevole grande saggio come Ciccio La Licata, un’altra con un “rivoluzionario chiodato” come Saverio Lodato, un giornalista già candidato con Ingroia.
Un esempio proprio rivelatore questo di Grasso che collabora con due giornalisti delle due fazioni contrapposte e irriducibili dell’antimafia perché nell’annacamento è fondamentale stare con quel sapere entrare e uscire dalle scelte obbligate ma, ancora una volta, non è vizio tutto ciò, anzi: è suprema virtù terzista da praticare anche al netto di quell’idea tutta metafisica della “mafia invisibile” che alimenta un’irresistibile compiacenza nell’informazione, riduce tutto a militanza e però fa curriculum. Ancora una volta carriera.
E’ il più bravo di tutti, Grasso. In quella Palermo che sente dentro di sé albergare il bene, pur circondata dagli Inferi, Grasso è il più lesto, il più capace. E la vera rivalità, il duello più ostinato nel presidio del territorio, Grasso lo avrà per sempre con Giancarlo Caselli. Le due “procure” che non si sono capite e che non si prenderanno mai sono quella del “casellismo” di cui Ingroia rappresenta il disastro e quella “istituzionale” di cui Grasso è il risultato più compiuto.
Tutto un compiersi – un annacamento – nel precipitare terzista, va da sé. Se Caselli, a suo vantaggio, non ha avuto cedimenti alla politica politicante, Grasso, invece, con l’idea che il giudice supplisce a tutto, da ex magistrato che vuole fare la politica offre il migliore degli argomenti a chi non lo vuole come presidente della Repubblica.
Il capo dello stato è, per sua qualità, il primo magistrato d’Italia e se l’obiezione del buon senso può bastare, un presidente della Repubblica non può essere preso dalla magistratura di carriera bensì – sovrano qual è – solo dalla politica che, anatemi a parte, ha pur sempre un ampio rapporto con la vita.
La politica è il luogo dove le verità si smussano. E’ il posto migliore dove se si ha un’idea in testa da qualche parte si arriva e magari Grasso sarebbe stato un interessante ministro della Giustizia, messo alla prova con una riforma avrebbe dovuto sporcarsi con la realtà dismettendo ogni remora sacerdotale derivata dal suo curriculum e i suoi stessi piccoli inciampi di oggi, trovare la “radice monarchica” pure ai padri costituenti e il più curioso di tutti, poi, quello della richiesta costituzione della commissione “per le stragi irrisolte” (già ci pare di sentire la voce al centralino: “Stragi irrisolte, dica…”), rivelano la qualità istituzionale tutta terzista e tutta impolitica della mascherina da lui subito “annacata” e adottata: quella del fare politica facendo finta di non farla. L’obiezione, a questo punto, è facile: perché non se le risolveva tutte queste stragi quando era onnipotente magistrato?
Ed è qui che torna il famoso “metodo”. E’ quello che riesce benissimo a lui che è uomo di mondo e che, al contrario, non viene bene alla Boldrini. Orba di terzietà, quella qualità che garantisce l’imparzialità, ogni volta che la presidente della Camera apre bocca è tutto un terzomondismo a prendere il sopravvento sul “tre” della tentata “terzietà”, sembra quasi voglia prendersi il testimone lasciato in sospeso da troppo tempo ormai, quello di un predecessore filosofo, ovvero Marcello Pera, che tentò di farne uno strumento della politica della terza carica dello stato, contravvenendo a una consuetudine più che consolidata che vuole l’istituzione essere arbitro e non arbitrio, come appunto fa Grasso che nella macchina dello stato è quasi come un direttore del Tg1, tutto rigore e formalità istituzionale.
Dopo di che, ovvio: il terzismo di Mario Monti si sbriciolò ma quello di Carlo Azeglio Ciampi, no. Il terzismo è come il rosso dell’uovo nell’albume. Molto spesso è tutto sfasciato nel bianco. Ma a volte ce ne sono due.
Osservate alfine quei fotogrammi, assaporate ancora l’allegro frastuono degli applausi. Oltre a tutta una serie di cose a favore ci sono delle cose contro per raccontare l’irruzione di Grasso nella ribalta della politica italiana e quelle venute male – perfino tenersi pronto nei giorni difficili dell’incarico a Pier Luigi Bersani – sono state certe gaffe dettate dall’ingenuità che, si sa, è sempre stretta parente della demagogia. Come quella del non sapersi trattenere e telefonare in diretta, in tivù, per contestare Marco Travaglio a “Servizio pubblico” manco fosse stato un Giovanni Paolo II che chiama in interfono Bruno Vespa a “Porta a Porta” per poi andare a fare una puntata a “Piazzapulita”, da Corrado Formigli e ribadire il concetto: “La sera della trasmissione ho trovato mia moglie agitata come la trovai quando, ai tempi del maxi-processo, citofonarono da giù e le dissero, i figli si sa quando escono, ma non si sa quando rientrano”.
Riascoltate l’audio. E’ esagerato paragonare Marco Travaglio – che avrà tanti difetti ma non è un killer della mafia – a un killer di Cosa nostra per l’appunto. Esagerato al punto di cedere alla “non” onestà intellettuale. Quel dare del “citofonatore mafioso” a Travaglio che fa il suo lavoro di cronista star, in tema di paragoni gravi, è quasi come dare dell’antisemita a uno che si sta godendo “Essere e Tempo” di Martin Heidegger. Capita, certo. E’ la scorciatoia più facile per mettere fuori combattimento ogni interlocutore. Ma sono cose che non devono capitare in ambito di terzietà.
I veleni e i citofoni, allora. L’annacamento si accompagna al tic, questo si può dire. La mascherina di chi fa politica facendo finta di non fare politica è un travestimento drammatico di coraggio e abilità. Però è solo un sussulto, un rigurgito di temperamento. E’ una vanità come quella di scrivere testi teatrali d’usurata pedagogia che l’uso di mondo – dopo aver sfumato il sorriso mesto e muto di riconoscenza – saprà trasformare in una scorza impenetrabile perfino alle più facili vanità. Tutte di annacata.